CHI SIAMO

Il Coordinamento Genitori Democratici è un'associazione nazionale che, ispirandosi ai valori di laicità, democrazia, libertà e uguaglianza della costituzione repubblicana, promuove nella famiglia, nella scuola e nella società il pieno riconoscimento del diritto delle bambine e dei bambini, delle adolescenti e degli adolescenti ad essere considerati persona, a crescere in piena autonomia, salute, dignità e favorisce l'affermazione di una nuova cultura dell'infanzia e dell'adolescenza. Il C.G.D. promuove la cultura della pace e della non violenza e opera per fini di solidarietà e di promozione culturale, sociale e umana nella consapevolezza che i problemi dell'infanzia e dell'adolescenza possono essere risolti solo nella prospettiva di un diverso rapporto tra il nord e il sud del mondo, di un comune impegno per la difesa della natura e dell'ambiente, del rispetto e della valorizzazione delle diversità etniche, culturali e religiose, del pieno riconoscimento dei diritti dei deboli e degli svantaggiati.

martedì 12 aprile 2011

Cinque metri quadri per bimbo

Cinque metri quadri per bimbo
l'asilo nido diventa low cost
Senza fondi pubblici le rette salgono e la qualità si abbassa. Con l'appalto ai privati meno ore, spazi e attività educative. E cresce la protesta: a Bologna è già sceso in piazza il "popolo dei passeggini"
di MARIA NOVELLA DE LUCA

ROMA - Convenzioni "low cost", appalti al ribasso, rette più alte, orari più corti. Educatori precari, mal pagati, poco formati, costretti a turni più lunghi, con un numero di bambini da gestire spesso oltre i limiti di legge. I soldi non ci sono più, i Comuni hanno i conti in rosso, e la rete degli asili nido italiani, poco estesa è vero, ma in alcune regioni eccellente, rischia adesso il collasso. Sulla pelle dei più piccoli tra i piccoli, i bimbi 0-3 anni, in quei mille giorni della prima infanzia in cui un buon nido, così dimostrano ormai decine di ricerche e soprattutto gli studi del Nobel americano James Heckman, può diventare uno straordinario volano per lo sviluppo futuro. Senza fondi pubblici le rette salgono e la qualità si abbassa.

Cartoline da un'Italia che torna indietro. Dove la crisi spazza via anche le cose migliori. Dove il numero dei posti-nido, che era (miracolosamente) salito dal 10 al 17% in tre anni, grazie al finanziamento di 446 milioni di euro del piano straordinario deciso nel 2007 dal governo Prodi, oggi rischia di perdere numeri e qualità. Finiti quei soldi, per il 2011 ci saranno ancora un po' di risorse del "fondo per la famiglia", poi più nulla. Un deserto. Che ci allontanerà ancora una volta dall'obiettivo europeo che aveva fissato per il 2010 al 33% la quota minima di posti all'asilo nido per ogni regione.

E mentre si aprono le iscrizioni per l'anno 2011/2012 la protesta cresce. A Bologna, nel cuore
del welfare che funziona, è sceso in piazza il "popolo dei passeggini" mamme e bebè muniti di fischietto che hanno sfilato per le vie del centro contro la chiusura di alcuni storici nidi comunali. A Roma non si placa lo scandalo delle convenzioni a prezzo stracciato: appalti concessi dal sindaco Alemanno a cooperative che hanno accettato contributi comunali soltanto di 475 euro a bambino, contro i 700 ritenuti necessari dal Cnel a garantire gli standard minimi di qualità. E a Milano il comune ha "accreditato" asili privati a tariffe low cost (520 euro a bambino), mentre a Firenze sono stati gli educatori dei nidi comunali a protestare contro "l'esternalizzazione" dei servizi per la prima infanzia. In una giungla di normative e di regolamenti dove ogni regione fa da sé, dai metri quadri che devono essere assicurati ad ogni bambino, (6mq in Lombardia, 7 in Emilia Romagna, 10 nel Lazio) al numero di piccoli e piccolissimi che ogni educatore deve avere in carico. Spiega Lorenzo Campioni, pedagogista, collaboratore del "Gruppo nazionale nidi d'infanzia": "La crisi è grave, con questo taglio di fondi si rischia di passare dal nido come luogo educativo al nido come luogo assistenziale, dove i bambini vengono "guardati" ma non stimolati a sviluppare le loro qualità e i loro talenti. E purtroppo va in questa direzione anche la scelta di finanziare asili domiciliari, tagesmutter, con l'idea che basta essere donne, madri, e fare qualche ora di corso per potersi occupare di un gruppo di bambini... Il problema non è la contrapposizione tra i nidi pubblici - continua Campioni - e i nidi in convenzione. Il sistema integrato può anche funzionare, il punto sono i fondi e il controllo dei Comuni. Se le cooperative ricevono meno soldi, faranno pagare rette più alte, taglieranno le ore, prenderanno personale meno esperto, senza sostituirlo nelle malattie, aumentando così il numero di bambini per ogni educatore".

Eppure la campagna low cost va avanti, come denuncia Pino Bongiorno, presidente della Legacoop del Lazio, che si è rifiutata di partecipare ai bandi proposti da Alemanno. "E' impossibile gestire un nido con una convenzione di 475 euro a bambino. Per rientrare in quei costi chi gestisce gli asili avrebbe dovuto violare i contratti, assumere in nero, abbassare gli standard di sicurezza. Abbiamo detto no, e Alemanno è stato anche "bocciato" dall'Authority dei contratti, che ha giudicato gli asili low cost illegittimi. Ma il Campidoglio va avanti: purtroppo il parere dell'Authority non è vincolante". A sorpresa è stata un'associazione storica e di qualità, "Il centro nascita Montessori", ad aggiudicarsi uno di questi appalti, accettando una convenzione a tariffe stracciate. Ma la presidente, Laura Franceschini, si difende: "Siamo del tutto coscienti dei gravi limiti di questo bando, ci batteremo perché i parametri vengano cambiati, ma aprendo un nuovo nido volevamo salvare il posto di lavoro ad un gruppo di nostri educatori, dopo la chiusura di un nido aziendale che avevamo gestito per sette anni...".

Parole, dati, cifre che dimostrano quando il "sistema nidi" sia fragile. E quanto, con le parole di Lorenzo Campioni, basti il taglio di qualche ora, un'attenzione in meno, per creare ansia e danni a bimbi così piccoli. "Pensate alla differenza tra il cambiare un bambino in un minuto e mezzo, perché ce ne sono altri 10 a seguire, o cambiarlo in 4 minuti, sorridendo e parlandogli: le sue sensazioni saranno di pace e serenità, invece che di fretta e di stress. Vi sembra poco?". 

Omeopatia, dentista e psicologo

Tolto il segreto sui costi dell'assistenza integrativa dei deputati e dei loro familiari. Nel 2010 spesi oltre 10 milioni di euro. Ma non tutto è ancora pubblico di ALBERTO CUSTODERO

ROMA - Per la prima volta viene tolto il segreto su quanto costa ai contribuenti l'assistenza sanitaria integrativa dei deputati. Si tratta di costi per cure che non vengono erogate dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni sono gratis o al più pari al ticket), ma da una assistenza privata finanziata da Montecitorio. Va detto ancora che la Camera assicura un rimborso sanitario privato non solo ai 630 onorevoli. Ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) i conviventi more uxorio.
LA TABELLA 1

Ebbene, nel 2010, deputati e parenti vari hanno speso complessivamente 10 milioni e 117mila euro. Tre milioni e 92mila euro per spese odontoiatriche. Oltre tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o strutture convenzionati dove non si paga, ma in cliniche private). Quasi un milione di euro (976mila euro, per la precisione), per fisioterapia. Per visite varie, 698mila euro. Quattrocentottantotto mila euro per occhiali e 257mila per far fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familari.

Per curare i problemi delle vene varicose (voce "sclerosante"), 28mila e 138 euro. Visite omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto
il rimborso all'assistenza integrativa del Parlamento per 153mila euro di ticket.

A rendere pubblici questi dati sono stati i radicali che da tempo svolgono una campagna di trasparenza denominata
Parlamento WikiLeaks. I deputati di Pannella chiedono i dati delle consulenze e degli appalti e contratti vari, e poi li pubblicano online "perché solo così - spiega l'onorevole Rita Bernardini - i conti della Camera sono sottoposti al controllo dell'opinione pubblica. In caso contrario alla Camera si sentono liberi di fare qualsiasi cosa perché tanto non c'è nessuno che li controlla".

Ma non tutti i numeri sull'assistenza sanitaria privata dei deputati, tuttavia, sono stati desegretati. "Abbiamo chiesto - dice la Bernardini - quanti e quali importi sono stati spesi nell'ultimo triennio per alcune prestazioni previste dal 'fondo di solidarietà sanitarià come ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed elettroscultura (ginnastica passiva). Volevamo sapere anche l'importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della Camera non ce li hanno voluti dare". Perché queste informazioni restano riservate, non accessibili? Cosa c'è da nascondere?

Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera: "Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato dalla Camera non consente di estrarre le informazioni richieste. Tenuto conto del principio generale dell'accesso agli atti in base al quale la domanda non può comportare la necessità di un'attività di elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste".

Il partito di Pannella, a questo proposito, è contrario. "Non ritengo - spiega la deputata Rita Bernardini - che la Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo gia l'assistenza che hanno tutti i cittadini italiani. Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, a farsi un'assicurazione privata. Non si capisce perché questa 'mutua integrativà la debba pagare la Camera facendola gestire direttamente dai Questori". "Secondo noi - aggiunge - basterebbe semplicemente non prevederla e quindi far risparmiare alla collettività dieci milioni di euro all'anno

venerdì 4 marzo 2011

Vademecum della manifestazione del 12 Marzo

La manifestazione è aperta a chiunque creda che la Costituzione sia una somma di diritti e di doveri per tutte le cittadine e tutti i cittadini, che sono sovrani nel proprio paese, come sancito dall’Art.1.

  • La manifestazione è organizzata per difendere i valori della legalità repubblicana – troppo spesso impunemente violati – e della dignità costituzionale che non dev’essere calpestata.
  • La manifestazione vuole ribadire la necessità della certezza del diritto, che  è  il primo bene pubblico indispensabile per ciascun cittadino, di qualunque schieramento. Per questo motivo si preferisce non vi siano simboli riconducibili a partiti o sindacati, nel rispetto dell’iniziativa che vuol’essere trasversale ed aperta a chiunque vi si riconosca.
  • La manifestazione si rivolge a tutte e tutti, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come sancito dall’Art.3, perché la Costituzione è di tutte e tutti e dev’essere protetta e difesa da cittadine e cittadini, giovani e meno giovani. Sempre.
  • La manifestazione è più bella se avremo tra le mani un tricolore e una costituzione con i quali urleremo ‘basta’ a chi continua ad anteporre interessi privati al bene comune del nostro paese.
  • Porta con te alla manifestazione la Costituzione scarica e stampa l’immagine

MANIFESTAZIONE DEL 12 MARZO 2011

A difesa della Costituzione. Se non ora, quando?

InA difesa della costituzione su 19/02/2011 a 19:02
Di fronte ad un Presidente del Consiglio che dice “questa volta nessuno mi potrà fermare”, usando tono e parole da resa dei conti più adeguati ad un film d’azione degli anni ’80 (un brutto film, tra l’altro) che ad un civile dibattito istituzionale, le possibilità sono poche.
Una è pensare che abbia ragione, che faccia bene, che questo piglio deciso possa cambiare in meglio il paese. Chi pensa ciò, è pregato di uscire ora di casa, e di guardare quel pezzettino d’Italia che gli sta attorno. Vede un paese sereno, speranzoso, che guarda con ottimismo e fiducia al domani? Se sì, allora credo sinceramente che faccia bene a stare lì dove si trova, a lasciare che il Presidente del Consiglio vada avanti pretendendo che nessuno lo fermi. Stia lì, per favore, perché se sta lì forse farà meno danni.
Chi invece vede un paese stanco, stremato, impaludato in una crisi economica e, soprattutto sociale, forse dentro di sé sente di voler fare qualcosa, qualcosa che serva, ma non sapendo bene cosa fare, esita. Oppure discute, cerca di capire, si confronta: sta fermo, però dialoga con chi gli sta attorno tentando di trovare una soluzione. Entrambi gli atteggiamenti hanno una cosa in comune, però: si resta fermi mentre chi dice “questa volta nessuno mi potrà fermare” va per la sua strada, con al seguito i servitori che è riuscito ad arruolare o quei cittadini che, bontà loro, sono convinti che faccia bene.
Noi non pensiamo che un Presidente del Consiglio che dice “questa volta nessuno mi potrà fermare” abbia ragione. Noi pensiamo, con tutte le umane imperfezioni delle nostre parole e dei nostri intenti, con tutta la confusione, l’incertezza, le contraddizioni, le paure del caso, che un discorso del genere sia eversivo.
Eversivo perché quel “nessuno” comprende pezzi di istituzioni come Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Parlamento, Presidenza della Repubblica; comprende pezzi del paese come l’Università, le redazioni dei giornali, i blogger, i teatri. E queste cose non sono “nessuno”: sono ciò che contribuisce a rendere l’Italia una democrazia. E, quando si parla di istituzione, bisogna ricordare che sono ben più importanti delle persone che le rappresentano. Sono edifici i cui inquilini cambiano periodicamente, magari dimostrandosi non all’altezza, ma le fondamenta di questi edifici devono essere maneggiate con estrema cautela: di sicuro non possono essere trattate come un ostacolo dai rappresentanti di altre istituzioni.
Ogni volta che ciò succede esse vacillano, e ogni volta si rischia un crollo. E in Italia, negli ultimi vent’anni, esse hanno vacillato di continuo, tanto che ormai molti pensano che sia normale. Invece non lo è, non lo è mai. Non è con questo spirito che sono state erette. È per questo che abbiamo deciso di mobilitarci.
Noi, i nostri dubbi, le nostre paure, ma anche le nostre speranze, la nostra sofferta aspirazione ad un paese in cui il domani non sia un orizzonte carico di angoscia e l’oggi una cappa asfissiante. Noi, gli errori che probabilmente commetteremo, ma che ci daranno la possibilità, affrontandoli strada facendo, di diventare persone migliori.
Si può pensare che le manifestazioni non servano, che non serva mobilitarsi, perché manifestare, protestare sono altra cosa rispetto alla politica. Ditelo agli egiziani. Ditelo ai tunisini, agli albanesi. Ditelo a chi è dovuto arrivare alla disperazione più nera e totale, prima di trovare la forza di superare le divisioni, le perplessità e i dubbi, peraltro legittimi, anzi. Perché non si tratta, ora, di stare dalla parte giusta, di capire chi sono i buoni e chi i cattivi, come se esistesse una linea netta che li separa. Si tratta, più semplicemente, di immaginarci da qui a venti, trent’anni, e di immaginare quale Italia vorremo raccontare ai nostri figli e ai nostri nipoti, e di pensare a che cosa risponderemo quando ci verrà chiesto “tu dov’eri?”, “che cosa facevi?”.
Matteo PascolettiValigia Blu

DALLA REPUBBLICA DEL 3 MARZO 2011

ABBIAMO SCELTO LA SCUOLA PUBBLICA PERCHE'...................

In attesa di scendere ancora in piazza, sul nostro sito le  frasi più belle e più interessanti  dei nostri genitori che rispondono alla domanda: “Abbiamo scelto la scuola pubblica perché…”
Cliccate sul titolo di questo post per leggere e aggiungere le vostre frasi.

90 Commenti a “Abbiamo scelto la scuola pubblica perchè…”

  • Monica:
    Ho scelto la scuola pubblica perchè io sono un prodotto di essa e mi hanno “insegnato” i valori della democrazia, oggi la scuola pubblica ha bisogno di aiuto ma è sempre la stessa: libera, democratica, seria e ricca di insegnanti competenti che” insegnano ” l’ugualianza e non fanno distinzioni tra classi sociali; questo voglio che venga “insegnato” a mia figlia.
  • ada aguglia:
    perchè è una conquista democratica, un luogo di confronto, un laboratorio di idee, di esperienze, di incontro culturale fra diversi, un luogo dove si cresce davvero, che nessuno dovrebbe toglierci, visto che gli spazi liberi sono sempre di meno.
  • claudia:
    Ho scelto la scuola pubblica perchè dovrebbe essere laica, apolitica e multietnica insomma dovrebbe essere portatrice dei valori della Costittuzione e non solo di alcune minoranze o maggioranze.
  • antonella:
    xchè non ne conosco un’altra, xchè ci distingue da chi ci ignora, xchè ci eleva per le nostre capacità puittosto che x il nostro status, xchè ci aiuta nella diversità, apprezzando ogni individuo in quanto tale facendo delle proprie debolezze un arricchimento, xchè solo partendo dal basso si può essere motivati e sentirsi liberi!
  • antonella:
    perchè ci distingue dalle altre classi sociali, ci rende liberi di essere ciò che siamo, ci accomuna nelle diversità, ci fa crescere nella uguaglianza, ma innanzitutto ci separa da chi non ci apprezza e ci avvicina a chi come noi sa da dove viene il nostro essere figli del mondo…quello libero,noi!
  • Nadia M.:
    Perchè vivo nella democrazia.
    E non conosco modo migliore di praticarla ogni giorno, se non attraverso la scuola pubblica.
  • gianfranco sasso:
    non ho scelto la scuola pubblica, ma sono pronto a dare la vita perchè esista!
  • marta e sergio:
    abbiamo sempre scelto la scuola pubblica perchè crediamo nel diritto allo studio, perchè è l’unica che garantisca pari opportunità, perchè nonostante il momento drammatico è l’unica che ancora offre una seria prepaazione, grazie a tante persone che resistono e lavorano con reale dedizione.
    abbiamo scelto la scuola pubblica per i nostri figli perchè vogliamo credere che cresceranno come consapevoli individui nelle loro scelte e nel rispetto di quelle altrui, in uno stato democratico che abbia a cuore la loro istruzione che gli dovrà essere sempre garantita
  • barbara e massimo:
    è libera, democratica, preparata e competente
  • Cristina:
    Ho scelto la scuola pubblica appunto perchè “pubblica” credevo significasse per tutti. credevo significasse vi posso partecipare, credevo significasse fare del proprio meglio comunque… ci credo ancora, rinascessi cento volte per i miei figli vorrei comunque una scuola pubblica, dove sentirmi una persona, non una “GRIFE”.
  • Anonimo:
    E’ importante frequentare la scuola pubblica perchè tutti i cittadini hanno la possibilità di avere una istruzione ed educazione, cosa che nella scuola privata non avviene in quanto vengono selezionati alunni in base al reddito dei genitori.

SCIOPERO DEL 12 MARZO--COMUNICATO STAMPA CGD NAZIONALE

Comunicato stampa
Il Coordinamento genitori Democratici aderisce allo sciopero del 12 marzo e sarà in piazza con i lavoratori perché crede nella necessità di costruire un futuro per il nostro paese con particolare attenzione alle giovani generazioni.
Perché vuole respingere l’attacco violento all’intero sistema formativo pubblico italiano che va inesorabilmente trasformandosi in un sistema pubblico-privato che nega il diritto di tutti e può garantire solo alcuni; un sistema che per sopravvivere deve fare ricorso alle tasche dei genitori per garantire quello che la Costituzione garantiva a tutti i bambini e le bambine di questo paese.
Perché sappiamo che il futuro di un paese si costruisce con politiche investimento sulla conoscenza e politiche di accoglienza e di lotta alle nuove schiavitù.

lunedì 28 febbraio 2011

Ricordando Bollea..7 regole d'oro per educare i bambini

SETTE REGOLE D'ORO PER EDUCARE I BAMBINI

1. Dategli meno. Hanno troppo, non c’è dubbio. Il consumismo fa scomparire il desiderio e apre le porte alla noia.
2. Quella che conta è l’intensità, non la quantità di tempo passato con i bambini. I primi venti minuti del rientro a casa dal lavoro sono fondamentali. Devono essere dedicati al colloquio e alle coccole. E non certo a chiedere dei compiti o dei risultati.
3. I giochi più educativi sono quelli che passano attraverso la fantasia della madre e le mani del padre: bastano due pezzi di legno, ma i genitori ormai non sanno più inventare.
4. Dai tre ai cinque anni è bene avviare i bimbi ai lavoretti a casa, assieme ai genitori. È utile che sappiano stirare con un piccolo ferro o attaccare un bottone.
5.Sport. Prima di tutto deve essere lui a desiderarlo. Meglio se lo fa in gruppo, facendo capire che agonismo significa emergere con fatica e non diventare campioni. Ottime due o tre ore di palestra alla settimana. Poca competizione, grande beneficio fisico.
6. Va incoraggiata la cultura artistica abituandoli al bello. Teatro, musica, arti visive creano il desiderio di migliorare. I soldi spesi per la cultura sono quelli che rendono di più.
7. Ultimo suggerimento: ho una mia teoria e forse mi prenderanno in giro. La chiamo: la donna a tre quarti del tempo. Le donne che lavorano, la maggioranza, a fine giornata pensano già ai figli, alla spesa, agli impegni di casa e rendono poco. Non sarebbe meglio lasciarle uscire mezz’ora prima? I figli, tornando da scuola, le avrebbero a casa meno stressate e più disponibili. Più che di corsi, è di questo che i bimbi hanno bisogno.

Giovanni Bollea, Neuropsichiatra infantile

IL PAESE DEI BUGIARDI

Il paese dei bugiardi


C'era una volta, là/ dalle parti di Chissà,/ il paese dei bugiardi./ In quel paese nessuno/ diceva la verità,/ non chiamavano col suo nome/ nemmeno la cicoria:/ la bugia era obbligatoria./ Quando spuntava il sole/ c'era subito uno pronto/ a dire: "Che bel tramonto!"/ Di sera, se la luna/ faceva più chiaro/ di un faro,/ si lagnava la gente:/ "Ohibò, che notte bruna,/ non ci si vede niente"./ Se ridevi ti compativano:/ "Poveraccio, peccato,/ che gli sarà mai capitato/ di male?"/ Se piangevi: "Che tipo originale,/ sempre allegro, sempre in festa./ Deve avere i milioni nella testa"./ Chiamavano acqua il vino,/ seggiola il tavolino/ e tutte le parole/ le rovesciavano per benino./ Fare diverso non era permesso,/ ma c'erano tanto abituati/ che si capivano lo stesso. / Un giorno in quel paese/ capitò un povero ometto/ che il codice dei bugiardi/ non l'aveva mai letto,/ e senza tanti riguardi/ se ne andava intorno/ chiamando giorno il giorno/ e pera la pera,/ e non diceva una parola/ che non fosse vera. / Dall'oggi al domani/ lo fecero pigliare/ dall'acchiappacani/ e chiudere al manicomio./ "E' matto da legare:/ dice sempre la verità"./ "Ma no, ma via, ma và ..."/ "Parola d'onore:/ è un caso interessante,/ verranno da distante/ cinquecento e un professore/ per studiargli il cervello ..."/ La strana malattia/ fu descritta in trentatre puntate/ sulla "Gazzetta della bugia"./ Infine per contentare/ la curiosità popolare/ l'Uomo-che-diceva-la-verità/ fu esposto a pagamento/ nel "giardino zoo-illogico"/ (anche quel nome avevano rovesciato ...)/ in una gabbia di cemento armato./ Figurarsi la ressa./ Ma questo non interessa./ Cosa più sbalorditiva,/ la malattia si rivelò infettiva, / e un po' alla volta in tutta la città/ si diffuse il bacillo/ della verità./ Dottori, poliziotti, autorità/ tentarono il possibile/ per frenare l'epidemia./ Macché, niente da fare./ Dal più vecchio al più piccolino/ la gente ormai diceva/ pane al pane, vino al vino,/ bianco al bianco, nero al nero:/ liberò il prigioniero,/ lo elesse presidente,/ e chi non mi crede/ non ha capito niente.

(Gianni Rodari, Le favole a rovescio).


Ci piace citare  ancora Rodari nei giorni in cui due “pedagogisti” di spessore parlano della scuola pubblica.
L’una la Mastrocola suggerendo  nel suo ultimo libro una scuola  a tre livelli : per gli irrecuperabili, per il ceto medio, per  i veri talenti, facendola finita una volta per tutte con le derive lassiste ispirate da don Milani e Rodari; il secondo, Silvio Berlusconi, impegnandosi a combattere contro la scuola di stato (ma non è anche presidente del Consiglio cioè colui che la scuola pubblica incarna, promuove, tutela come pilastro della società.?)in cui gli insegnanti inculcano principi contrari a quelli dei genitori.
Combattere la scuola pubblica per difendere la libertà di scelta delle famiglie: i figli sono solo proprietà privata dei genitori e non cittadini di questo paese; i genitori ne scelgono destini e futuro: ovviamente ciascuno secondo le sue possibilità economiche.
 La  scuola della Costituzione? un orpello inutile, difesa solo da quei  radical-chic che recentemente hanno riempito le piazze italiane.
E il ministro della pubblica istruzione, messo in discussione dalle parole del premier,  si dimette indignato? No, ma spiega, giustifica, chiosa il pensiero del capo: "Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del premier un attacco alla scuola pubblica è figlio della erronea contrapposizione tra scuola Statale e scuola Paritaria”!!!!.
La scuola pubblica è il luogo in cui l’Italia costruisce e costruirà il suo futuro: difendiamola!

giovedì 10 febbraio 2011

SE NON ORA QUANDO -MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER LA DIG

Se non ora, quando?
In Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si sacrifica per affermarsi nella professione che si è scelta, si prende cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani.
Tante sono impegnate nella vita pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelle imprese, nelle associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono. Hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che – va ricordato nel 150esimo dell’unità d’Italia – hanno costruito la nazione democratica.
Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile.
Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici.
Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione.
Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza.
Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni.
Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale.
Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? è il tempo di dimostrare amicizia verso le donne.

IL PAESE DEGLI SMEMORATI ( INTERVISTA AD ANGELA NAVA)


Il Paese degli Smemorati: "Abbiamo perso
l'idea di quale sia il valore della scuola"
Per Angela Nava, presidente del CGD, non sarà facile risalire la china e non basterà solo maggiore attenzione economica, perché il vero problema sono i danni culturali arrecati da questo governo
pubblicato il 24 gennaio 2011 ,
di Giovanni Belfiori

Angela Nava è presidente nazionale del
associazione fondata nel 1976 da Marisa Musu e Gianni Rodari.
Coordinamento Genitori Democratici,
Questo anno, elezioni o non elezioni, sarà quello in cui il Paese dovrà fare i conti con i danni gravi, strutturali, che il governo di centro destra ha arrecato al sistema della pubblica istruzione. Danni che ben difficilmente saranno sanabili solo con qualche soldo in più; incrostazioni che per essere tolte avranno bisogno di soluzioni forti.
La situazione è drammatica, culturalmente drammatica, oltre che economicamente, perché in un Paese che è quello della ‘smemoratezza’, sono bastati due anni di Gelmini, preceduti da quelli morattiani, per far quasi perdere la consapevolezza di ciò che la scuola dovrebbe essere e anche di quel che la scuola era stata. Il movimento dei genitori è positivo per tutto quel che riguarda la partecipazione, ma è stato tarato tutto sulle necessità, sulle urgenze di coprire le spese quotidiane, sulle emergenze d’ogni giorno, insomma su ciò che la scuola non dava economicamente piuttosto che su ciò che la scuola avrebbe potuto dare in più.
Solo ora si sta diffondendo la coscienza di quanto il sistema scolastico sia caduto nella qualità, di come la scuola sia diventata una ‘scuola per pochi’, per quelli già dotati, per quelli che hanno una famiglia istruita, benestante alle spalle. Tutti gli altri, nella logica di questo governo, sono quelli che vivranno la scuola come un veloce passaggio che li condurrà al precariato, a lavori di serie Z, alla marginalità sociale, culturale, produttiva. La valutazione numerica o le classi sovraffollate delle scuole primarie hanno lasciato ai margini tutti quei bambini che non sono particolarmente problematici e che in una classe di 20 alunni, con le compresenze degli insegnanti, sarebbero stati serenamente recuperati e portati al livello degli altri o meglio degli altri. Il vero danno è stato rinchiuderci un po’ tutti in un individualismo di bottega, la corsa a cercare il meglio solo per il proprio figlio, dimenticando che c’è un interesse generale che diventa il benessere di tutti i bambini. Per risalire questa china ci vorrà molto tempo, e non basterà solo una maggiore attenzione economica al mondo della scuola.
Mi pare che questo governo consideri i genitori, la loro partecipazione, quasi come un’appendice inutile e perfino d’ostacolo a un discorso efficientista e produttivo. La pensi così?
No, perché la destra ha anche coccolato i genitori, riferendosi al ventre molle, facendo leva sul loro egoismo. Si è cominciato con la politica dell’anticipo: chi è quel genitore che non dice che suo figlio è il più bello e
il più bravo del pollaio e può andare sicuramente a scuola a 5 anni? E questo non ha certo indotto alla riflessione che forse la socialità, lo stare insieme per gruppi di età potrebbe essere fondamentale.
O dire ai genitori che per avere una scuola efficiente occorre rivolgersi alle scuole private, magari con una quota capitaria che vada su ‘mio’ figlio. Il genitore è stato preso in considerazione e molcito negli aspetti più bassi, che erano a scapito della qualità generale, ma davano a ognuno l’illusione –poi rivelatasi perdente- che suo figlio, e solo suo figlio, si sarebbe salvato.
Tutto questo mascherato da una filosofia liberista. Peccato che non una pericolosa centrale terzinternazionalista, ma la Fondazione Giovanni Agnelli, nel suo rapporto sulla Scuola 2010, fa un po’ i conti di quel che all’Italia costa, in termini economici, una scuola che non è motore di mobilità sociale, che ha troppi abbandoni, che è profondamente divisa fra nord e sud, che non riconosce dignità all’istruzione tecnica e professionale. Negare le opportunità a tutti significa disconoscere i talenti che possono esserci a Scampia come nel centro di Milano, nel figlio dell’operaio come nel figlio del professore.
 Questo non è liberalismo, è una concezione ottocentesca, vecchia, inadeguata alla globalizzazione, perdente.
Sì, ottocentesca e illusoria, perché anche il genitore che crede di salvare suo figlio, capisce che è un’illusione di breve durata, quello stesso figlio che mettiamo nella gabbia dorata, dopo qualche anno si dovrà immettere in una società dove –proprio a causa di - ci saranno sempre più tensioni, più conflitti sociali, più divisioni, e sarà sempre meno attrezzato a viverli, ad affrontarli.

lunedì 6 dicembre 2010

ELENCO DEI DESIDERI PROVENIENTI DALLA SCUOLA PUBBLICA ITALIANA

- che il prossimo governo, ragionevolmente, abroghi tutte le leggi fatte da Mariastella Gelmini contro e non per la scuola.


- che i bambini e gli adolescenti possano andare nelle loro scuole senza il timore della pioggia che allaga le aule e i corridoi.

- che i bambini e gli adolescenti possano andare nelle loro scuole senza la paura dei topi che camminano nei controsoffitti o dei controsoffitti che crollano.


- che un nostro studente delle elementari non valga, per lo Stato, 8 euro l’anno.

- che un nostro studente diversamente abile non valga, per lo Stato 12 euro l’anno.



- che le scuole siano belle, luminose, accoglienti, calde d’inverno e fresche d’estate, come se fossero case.

- che gli stipendi degli insegnanti siano molto più che dignitosi, ed attraggano le persone migliori.

- che il merito di alunni e insegnanti sia valutato con equità e trasparenza, e con criteri di giudizio condivisi.

- che nelle scuole ci siano fondi per valorizzare le eccellenze di tutti, piccoli e grandi.

- che nelle scuole si studino tante lingue straniere, non solo europee.

- che nelle scuole ci siano laboratori musicali, artistici e teatrali gratuiti.


- che le scuole rimangano aperte tutto il giorno, tutti i giorni, e che i ragazzi possano preferirle ai centri commerciali.


- che nelle scuole ci siano i libri, tanti libri, e che non manchino quelli gratuiti per gli studenti meritevoli ma bisognosi.

- che le scuole siano statali e finanziate dallo stato, perché i cittadini onesti, in Italia, le scuole le pagano con le loro tasse.


- che nelle scuole gli studenti stranieri non siano “calmierati”, ma accolti e sostenuti con tutte le risorse possibili, anche perché, spesso, sono nati in Italia.



- che dietro ogni cattedra non ci siano simboli, ma che sopra ogni cattedra e sopra ogni banco ci sia una copia della nostra Costituzione.

La scuola dopo La "riforma" Gelmini (da Retescuole 6/12/2010)

La scuola del dopo Gelmini – di Anna Angelucci


A differenza degli universitari, noi della scuola non siamo riusciti a fermare la Gelmini. La controriforma delle elementari + la controriforma delle medie e delle superiori + i tagli in termini di risorse economiche e umane indicati nel piano programmatico attuativo della legge 133/2008 + la mancata erogazione, per due anni, dei fondi per il funzionamento amministrativo e didattico, + la reiterata non esigibilità dei crediti da parte delle scuole (circolari MIUR 14/12/08 e 22/2/2010) hanno messo in ginocchio il sistema dell’istruzione statale in Italia, oggi allo stremo. Il ritorno alla maestra unica e la riduzione del tempo-scuola, l’annullamento di tutte le sperimentazioni, che costituivano uno straordinario ampliamento dell’offerta formativa e che, con la controriforma, è stato in molti casi necessario reintegrare in regime privatistico, la fortissima riduzione dei finanziamenti, che spinge verso l’aumento del contributo “volontario” delle famiglie, la mancata erogazione dei crediti che moltissime scuole vantano nei confronti dell’amministrazione centrale (la cifra stimata è di un miliardo e mezzo di euro) che sta costringendo le scuole, per ripianare il disavanzo, ad usare tutti i fondi a loro disposizione, compresi quelli sulla sicurezza, costituiscono, nel loro insieme, il più feroce attacco alla scuola statale nella storia della Repubblica italiana. Come molti dicono, la ’soluzione finale’.
Dopo una simile Carthago, sarà impossibile, per chiunque verrà, ripristinare una situazione di normalità e di vivibilità, altro che adeguare la percentuale del PIL destinata all’istruzione alla media europea!
Moltissimi cittadini italiani, genitori, studenti, docenti, non condividono queste scelte di politica economica, che riflettono la visione del mondo di un governo che ci vuole tutti ignoranti, inconsapevoli, manipolabili e corruttibili. Non condividono l’idea di un nuovo regime misto, pubblico-privato, che calpesta gli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione; non condividono l’idea di una scuola statale ridotta all’osso, che si rimpolpa solo nei quartieri abitati dai ricchi, che possono pagare ciò che lo Stato ha tolto; non condividono l’idea di classi ancora più affollate, senza insegnanti di sostegno nè supplenti, dove non solo ai loro figli diversamente abili ma anche a quelli normodotati non è più offerto l’accesso a un sapere critico e dialettico; non condividono l’idea che i dirigenti scolastici, dovendo ripianare il debito dello Stato, non possano più garantire i requisiti minimi di sicurezza agli studenti e ai lavoratori.
Il problema non è la carta igienica: abbiamo scuole fatiscenti, finestre e porte che non si chiudono, aule e palestre in cui piove, controsoffitti che crollano, insegnanti che mancano, borse di studio per i meritevoli cancellate, spazi ridotti in cui sono stipati spesso più di 30 alunni.
Se il diritto al lavoro e i diritti dei lavoratori sono messi fortemente in discussione, il diritto allo studio oggi, di fatto, non esiste più.
I precari hanno fatto scioperi della fame; i lavoratori stabili fanno scioperi e sit in; gli studenti medi manifestano e occupano le scuole; il TAR del Lazio ha dichiarato illegittime tutte le procedure con cui è stata realizzata la riforma della scuola secondaria e ha accolto il ricorso contro la riduzione dell’orario nelle classi successive alla prima degli istituti tecnici, la Corte Costituzionale ha espresso una sentenza di illegittimità dei finanziamenti statali alle scuole paritarie. Il risultato è che ministra e governo, sordi a qualunque appello, al contrario, rincarano la dose: ancora soldi alle scuole paritarie, solo per quest’anno più di 500 milioni di euro, la circolare Brunetta che inasprisce i procedimenti disciplinari contro i docenti, una pseudosperimentazione sul merito circoscritta a poche scuole, basata su criteri di customer service, e brandita come una clava sui docenti “fannulloni e incapaci”.
Siamo alla provocazione.
Il rapporto sulla scuola 2009 della Fondazione Agnelli, nell’analisi della riduzione del personale docente in relazione ai flussi dei pensionamenti e al mancato turn over, prediceva che in pochi anni avremmo avuto circa 300.000 docenti in meno, che questo avrebbe avvicinato finalmente l’Italia agli standard europei e che tutto ciò sarebbe avvenuto “senza eccessive tensioni sociali”.
Con una classe di insegnanti prostrata da decenni di maltrattamenti economici e giuridici, con una pletora di sindacati che troppo spesso, invece di fare fronte comune contro lo smantellamento della scuola pubblica, preferisce perseguire la difesa dei propri interessi corporativi, con un PD che ha fatto la legge sulla parità, che ha fatto il decreto sull’erogazione del contributo volontario delle famiglie, che ha modificato il titolo V della Costituzione assegnando alle Regioni le competenze sull’istruzione e spianando così la strada oggi ai DDL della forzaitaliota Aprea e della leghista Goisis che regionalizzano e personalizzano le istituzioni scolastiche e i contratti di lavoro, purtroppo la profezia della Fondazione Agnelli appare drammaticamente vera.

domenica 28 novembre 2010

COMUNICATO STAMPA CGD

Il Coordinamento Genitori Democratici denuncia alcune delle conseguenze, spesso non sufficientemente sottolineate, derivanti dalla politica di tagli che colpisce le scuole italiane.


Si peggiora di giorno in giorno la qualità dell’apprendimento negando alle nuove generazioni il diritto allo studio. Non solamente negando i fondi per le spese di funzionamento delle scuole italiane che si sono scaricate direttamente sulle famiglie (dalla carta igienica ai materiali di facile consumo), ma anche e soprattutto rifiutando di fornire ai Dirigenti Scolastici le risorse sufficienti a comporre organici capaci di tenere conto dei bisogni e delle richieste delle famiglie stesse. La “continuità didattica”, tormentone che il Ministro Gelmini declama quando si tratta di annunciare future graduatorie regionali per gli insegnanti, rischia di andare così completamente perduta.
Il Coordinamento Genitori Democratici chiede che si stabilizzi l’organico della scuola e il personale che ci lavora, perché è solo in questo modo che si garantisce effettivamente la continuità didattica.

Riceviamo ogni giorno comunicati, prese di posizione di comitati genitori, di consigli di circolo e di istituto che denunciano: pesanti tagli al numero di insegnanti e ai posti di sostegno; la cancellazione di classi a tempo pieno; evidenziano situazioni in cui non si riesce neppure a garantire il tempo scuola che i genitori avevano richiesto.

Il CGD si impegna a sostenere le giuste rivendicazioni di questi cittadini, genitori consapevoli e decisi a difendere la qualità della scuola.

Il disagio dei bambini ha un prezzo incalcolabile, e siamo convinti che un Ministero incapace di ascoltare le esigenze di bambini e famiglie debba rispondere del suo operato.

martedì 16 novembre 2010

Ma ai nostri bambini chi ci pensa....( da Rete scuole)

di SARA ANTENUCCI


Buongiorno,

sono una mamma di un bimbo che frequenta la scuola statale dell’infanzia di via salici 4, quartiere olmi.

Delusa dal cambiamento avvenuto nella sezione di mio figlio che a settembre ha iniziato il suo secondo anno di scuola non ritrovando le sue due insegnanti di riferimento, una è andata in pensione e l’altra, signora Raffaella, è stata trasferita pur non volendolo in altra scuola, zona muggiano.

Ho visto mio figlio iniziare la scuola materna lo scorso anno, con non poche difficoltà, parlava poco e male, era un bimbo la cui energia lo portava spesso a non riuscire a concentrarsi sulle offerte proposte dall’adulto, che fossero esse di dialogo o mirate al fare..devo ringraziare la scuola se lo scorso anno lui è tanto cresciuto sotto molti punti di vista ed io con lui.. devo ringraziare la sua insegnante per il profondo senso di accoglienza che ha saputo trasmettere, per aver reso le giornate di mio figlio a scuola un piacere, per avermi sempre fatto andare a lavoro serena..

A settembre però la sua insegnante, quella che avrebbe dovuto essere lì ad aspettarlo non c’era, cosa sinceramente scoraggiante per un genitore.

E’ vero, ha ritrovato gli amici, gli spazi, ma la continuità educativa di chi ci ha messo il cuore nel fare il proprio lavoro..che ruolo gioca? Davvero niente?

Lo so, i bambini si adattano a tutto..ci dicono.. Ma anche io sono insegnante di scuola materna e vedo bambini capaci di adattarsi ad ogni situazione, ad un occhio attento però non sfugge che ogni cambiamento imposto ad un bambino e che non sia pensato per farlo crescere ha un costo e un prezzo da pagare per i nostri cuccioli d’ uomo.

Ora io mi domando, fino a quanto è lecito chiedere ai nostri bambini?

Fino a che punto si può approfittare della loro flessibilità?

Fino a che punto si può abusare del loro essere indifesi?

Nulla ho contro chi ha preso il posto delle sue insegnanti e questo deve essere chiaro, solo che io e mio figlio avevamo già iniziato una profonda esperienza di crescita, perché interrompere qualcosa che stava funzionando? Perché mettere i bambini davanti ad un inizio anno faticoso?

Si, è faticoso per un bambino di quattro anni (non ancora compiuti, il mio) rientrare a scuola e dover ricostruire nuove relazioni con nuovi adulti che tra l’altro non hanno il posto di ruolo e quindi potrebbero a loro volta andarsene a giugno.

E’ una richiesta eccessiva per bambini che si sono appena affacciati alla scuola..

Ma chi ha preso questa insana decisione di spostare l’unica insegnante con cui avrebbero dovuto proseguire il percorso scolastico ha consapevolezza, mi chiedo, di tutto ciò che sta comportando?

Non solo della fatica dei bambini, ma dell’ingiustizia che gli è stata fatta?

Non dovrebbero i bambini essere al centro, essere il pensiero primo di ogni scelta organizzativa e pedagogica?

La scuola non dovrebbe garantire continuità educativa?

Tutte belle parole … però con le parole non tutti si fanno prendere in giro.

Come genitori, abbiamo parlato con la preside, scritto lettere in provveditorato e mi auguro che qualcuno prenda a cuore questa situazione.

La scuola dovrebbe essere supporto, dovrebbe offrire garanzie,dovrebbe considerare i bambini...

I bambini?? Ci pensano i grandi capi delle scuole ai nostri bambini?

La risposta la abbiamo già forse..ma noi, genitori, almeno possiamo ancora parlare …

Grazie per lo spazio.

SARA ANTENUCCI

martedì 9 novembre 2010

I SOLDI PER LA SCUOLA PUBBLICA E LE BUGIE DI TREMONTI E GELMINI

Da il   "FATTO QUOTIDIANO"

É servita addirittura una precisazione ufficiale per rassicurare i cattolici: “Per prassi consolidata – ha scritto il ministero del Tesoro in una nota – negli anni il finanziamento statale alle scuole paritarie è stato sistematicamente integrato con provvedimenti ‘ad hoc’. Sarà così, è già previsto che sia così, anche sul 2011”. Insomma, niente paura, i soldi per le scuole non statali ci saranno. Col plauso del Vaticano che incassa una promessa nero su bianco.
Non statali e cattoliche
Infatti la legge di stabilità aveva previsto per il prossimo anno un taglio ai finanziamenti per le scuole paritarie di 253 milioni di euro su un totale di 534, ovvero il 47% in meno. “Una parte di questi soldi – spiega Pier Paolo Baretta, capogruppo del Partito democratico in Commissione Bilancio alla Camera – sono relativi alle scuole non statali, come gli asili comunali. Ma la stragrande maggioranza riguardano le scuole cattoliche, a partire dalle primarie. L’ammontare che Tremonti ha proposto per ripianare il taglio sono proprio 250 milioni, praticamente tutti”.
Il titolare del dicastero di via XX Settembre, per l’occasione, si occuperebbe personalmente di tirare fuori i soldi dalle pieghe del suo ministero. La modifica, dato che tutti gli emendamenti alla Finanziaria sono stati respinti, avverrebbe in un decreto successivo, il cosiddetto “milleproroghe”. É toccato al viceministro Giuseppe Vegas parlare con i deputati della Commissione Bilancio e spiegare che in 15 giorni potranno visionarlo. “I bisogni sono sempre superiori alle risorse” ha ammesso Vegas.
Quindi in quel decreto di soldi per l’istruzione quanti ce ne saranno?
Perché i tagli a scuola e università sono elevatissimi. Il Fondo per il Finanziamento ordinario degli atenei, per esempio, verrà ridotto di 1,5 miliardi, mentre il diritto allo studio subirà il colpo più grosso: dai 246 milioni dello scorso anno si passerà ai 25,7 del prossimo e ai 12,9 di quello successivo. All’università, quindi, ci andrà solo chi se lo potrà permettere, in barba all’articolo 34 della Costituzione, secondo cui “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Per loro, il 90% di borse in meno, che già oggi erano disponibili solo per il 60% degli idonei.

Promesse impossibili

La situazione è aggravata dal taglio delle risorse agli enti locali. Perché anche le Regioni contribuiscono autonomamente ad aumentare il fondo per il diritto allo studio. Ma da quest’anno hanno dovuto annunciare a loro volta pesanti riduzioni.

“Vi assicuro che non ci sarà alcun taglio delle borse di studio” ha dichiarato ieri il Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Ma forse non ha fatto i conti con Giulio Tremonti, che sembra avere altre priorità. “Quelle della Gelmini sono ordinarie menzogne di un governo impegnato solo a difendere un indifendibile premier – ha dichiarato la responsabile Scuola del Pd, Francesca Puglisi – per aiutare davvero le ragazze e i ragazzi a raggiungere risultati eccellenti occorrono investimenti, non tagli. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, rimarranno al palo, grazie a un governo che riduce il diritto allo studio del 90%, cancella il fondo di 103 milioni di euro per la gratuità dei libri di testo nella scuola dell’obbligo e alle superiori. Le smentite del ministro non trovano riscontro nei riferimenti normativi della legge di stabilità”.



D’accordo anche la democratica Manuela Ghizzoni: “Se il ministro Gelmini avesse letto le norme che ha approvato in pochi minuti nel Consiglio dei ministri, si sarebbe accorta che il fondo di intervento integrativo da ripartire tra le regioni per la concessione dei prestiti d’onore e l’erogazione delle borse di studio attualmente ha una dotazione di 25,7 milioni di euro. Con un taglio così il diritto allo studio viene sfregiato”.



L’Unione degli Universitari ha promosso per il 10 e l’11 novembre due giornate di mobilitazione nazionale “per denunciare come il governo stia letteralmente cancellando un diritto costituzionale pilastro fondamentale per il futuro dei giovani e del Paese”.

mercoledì 27 ottobre 2010

CORSI MILITARI IN CLASSE IN LOMBARDIA ...QUALCOSA STA SUCCEDENDO

Il progetto non è stato ancora annullato ma chi doveva occuparsene si è ritirato. Troppe le proteste contro il protocollo "Allenati alla vita" firmato dalla direzione scolastica della Lombardia e il Comando regionale dell’ Esercito per coinvolgere gli studenti di 140 istituti superiori della Lombardia in corsi che comprendono materie che vanno da cultura militare a esercizi ginnici, fino a corsi di sopravvivenza. A tenere le lezioni era stata chiamata l’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia che però rinunciato dopo le polemiche e dopo il tentativo di occupazione degli uffici dell’associazione a Milano da parte di studenti dei collettivi.

 Contro il progetto sono in corso manifestazioni da due settimane a Milano.

Una mamma ci ha inviato questa lettera:

Jasmina Radivojević
pedagogista di Belgrado, residente a Milano



Gentili Ministri Gelmini e La Russa,
vi scrivo questa lettera aperta in merito al vostro progetto congiunto chiamato “Allenati per la vita” ed il protocollo che in merito avete sottoscritto.

Sono stata profondamente scossa da questa vostra decisione di introdurre contenuti militaristi nella scuola superiore italiana e vi spiegherò anche perché.

Provengo dalla Jugoslavia, precisamente da Belgrado. Faccio parte della generazione del 1966 e quindi sono stata una pioniera di Tito.

Il sistema jugoslavo, come anche quello israeliano, avevano adottato una politica di difesa totale popolare. Essa consisteva, oltre ad una prontezza a rispondere alla chiamata alle regolari esercitazioni militari della popolazione e ad un servizio militare di leva obbligatorio, anche ad una capillare educazione scolastica relativa alla difesa della patria. Fin dall’ultimo anno delle elementari c’era nei programmi scolastici, a livello nazionale, in tutte le repubbliche e regioni autonome della Jugoslavia, una materia denominata “Primo soccorso” per poi passare all’ultimo anno delle medie alla “Difesa totale popolare e protezione civile”. Prima, però, dovevamo superare gli anni del “Primo soccorso”: dalle tecniche per estrarre il veleno di un morso di serpente, alla famosa fasciatura di Esmark, la respirazione bocca a bocca, il massaggio cardiaco e così via…



Ci piaceva moltissimo questa materia, lo devo ammettere, ci dava il senso dell’avventura, ci divertivamo un sacco a fasciarci a vicenda e simulare storielle, con sghignazzate che accompagnavano il tutto.



Tutti però, aspettavamo il momento più importante, l’uso del fucile.

E ci fu anche questo. Ci esercitavamo con il Mauser M-48, un vecchio fucile, del peso di 4 kg e lungo circa 1 metro. Era di produzione jugoslava ed era il più venduto in assoluto nei vari paesi amici che al loro interno si scannavano. Ma al tempo noi questo non lo sapevamo. Non sapevamo che il nostro benessere dipendeva anche da quelle armi vendute e con le quali gli altri si massacravano. Anni dopo lo abbiamo scoperto a nostre spese…gli altri avrebbero costruito il loro benessere sulla nostra di pelle e la ruota della fortuna continuava a girare…

Non so se ci sembrava di giocare a partigiani e nazisti, gioco che abbiamo sempre fatto da bambini, solo che stavolta lo si faceva con fucili veri, ma mi ricordo che ci piaceva.

Noi ragazze avevamo una paura matta che il fucile, nello sparo ci staccasse la spalla, dato che ci avvertivano di tenerlo più fermo possibile perché tendeva fortemente indietro e se non si stava attenti la spalla la si poteva persino rompere!

Fu un emozione immensa andare con la classe sul poligono fuori città e tirare al bersaglio. Dovevamo sdraiarci sugli appositi materassini, in fila, con le orecchie tappate con le cuffie. Avevamo in dotazione un caricatore di 5 pallottole e sparate quelle dovevamo caricarne altre

Feci tutto e rimasi sorpresa quando fui chiamata dal professore e da un militare. Avevo tirato meglio di tutti gli alunni della scuola. Non ci potevo credere. Mi invitarono a partecipare alla competizione di tiro della mia città. Mi dimenticai la data e non ci andai. Il professore si offese a morte e mi tolse l’ottimo che mi ero guadagnata sparando.



Alle superiori, per quattro anni abbiamo studiato le varie dottrine militari: da quella antica cinese dello Sun Tzu e la sua “Arte della guerra”a Carl von Clausewitz e a tutte le strategie della difesa popolare jugoslava, di chiara ispirazione partigiana, grazie alla quale siamo stati l’unico paese in Europa ad essersi liberato da solo dal nazifascismo. Questo ci riempiva d’orgoglio.

Inoltre, si continuava con l’uso del fucile, della pistola e anche della bomba a mano. Nei primi due mantenni la costante bravura. Con la bomba a mano non ebbi la stessa fortuna e per poco non feci saltare in aria il professore! Non ero portata, mi dicevano…



Eravamo ignari che tutto quanto avevamo imparato, ci sarebbe servito negli anni a venire per meglio scannarci tra di noi in una guerra civile atroce. Io non vi ho preso parte, per fortuna, ma tanti miei amici, di svariate etnie, sì. Alcuni non li ho mai più rivisti.



In questo senso, cari ministri, reputo la vostra decisione sbagliata, se anche mossa in buona fede.

Non serve ai ragazzi saper sparare per meglio comprendere le forze armate o per avvicinarsi al volontariato o alla Croce Rossa.



La militarizzazione della scuola, prima o poi porta alla militarizzazione della società. Prendete l’esempio dal modello che vi ho descritto. Oppure da quello israeliano che è persino più duro di quello che un tempo fu jugoslavo. E vediamo qual è la realtà israeliana da decenni…



Un mio caro amico, Nebojša Milosavljević, attuale sindaco di Blace, cittadina al sud della Serbia, nel suo libro autobiografico “In una bizzarra guerra per disperazione”, in cui descrive la sua partecipazione alla guerra in Kosovo dove fu chiamato alle armi, dice:

“Da piccolo sono stato abilitato ad utilizzare il fucile, che oggi, nella piena maturità, sto usando per davvero, in una guerra reale! Mi chiedo se la prima non sia la causa della seconda. Se questa guerra banale non sia in realtà un (di)effetto senza precedenti della prassi real-socialista, dove, invece di ricevere un’istruzione ai valori democratici, noi abbiamo ricevuto e praticato i contenuti militaristi. E non è forse la consequzio ovvia questo conto finale, in una simile concezione militarista che anche io devo pagare, qui ed ora e in modo così paradossale? (Kosovo, 14 giugno 1999)”



Ci sono molti modi per avvicinare i ragazzi al volontariato ed alla protezione civile. E soprattutto alla Pace.



Non sono i tempi né di von Clausewitz né dei tiri con la pistola, seppur ad aria compressa.

È tempo di costruire la pace. Con la solidarietà e il dialogo. Cominciando dalla propria casa e dalla scuola, alleniamoci per la pace e la cooperazione.

venerdì 18 giugno 2010

Lettera di una mamma alla gelmini.....

Gentile Ministro Gelmini,

l’altro giorno, leggendo la sua intervista sul Corriere della Sera, in cui dichiarava che l’ASTENSIONE OBBLIGATORIA DOPO IL PARTO è un privilegio, sono rimasta basita.

Che lei fosse poco ferrata sui problemi dell’educazione, non era necessaria la laurea in pedagogia, che io possiedo e lei no, o i tre corsi post laurea, che io possiedo e lei no, visto quello che sta combinando alla scuola statale.

Ma almeno speravo avesse competenze giuridiche, essendo lei avvocato ed io no.

Certo, dato che lei, ora paladina della regionalizzazione, si è abilitata in “zona franca” (quel di Reggio Calabria), perché più facile (come da lei con un’ingenuità e candore imbarazzante affermato), lo si poteva supporre.

E allora, prima le faccio una piccola lezione di diritto, e poi parliamo d’educazione. L’astensione dopo il parto, sulla quale lei oggi con tanta leggerezza motteggia, è definita OBBLIGATORIA ed è un diritto inalienabile previsto da quelle leggi, per cui donne molto più in gamba di lei e di me, hanno combattuto strenuamente, a tutela delle lavoratrici madri. Discorso diverso è il congedo parentale, di cui si può fruire, dopo i tre mesi di vita del bambino, per un totale di 180g, solo in parte retribuiti integralmente. Ovviamente per persone come lei, con un reddito di oltre 150.000 euro l’anno, pari quasi a quello del governatore della California Arnold Schwarzenegger, discutere di retribuzione, in questo caso più che un privilegio, è un’eresia. Ovviamente lei non può immaginare, perché può permettersi tate, tatine, nido “aziendale” al ministero, ma LA GENTE NORMALE, che lei dice di comprendere, ha a che fare con file d’attesa interminabili per nidi insufficienti e costi per babysitter superiori a quelli della propria retribuzione.

Voglio dirle una cosa però, consapevole che le mie affermazioni susciteranno più clamore delle sue, DA PEDAGOGISTA E DA ESPERTA, affermo che fruire dell’astensione OBBLIGATORIA oltre che un DIRITTO è anche un

DOVERE, prima di tutto morale e poi anche sociale.

Come vede ho più volte sottolineato la parola OBBLIGATORIA, che già di per se dovrebbe suggerirle qualcosa.

Ma preferisco spiegarmi meglio, anche se è necessaria una piccola premessa doverosa.

Lei come tante donne, crede che l’essere madre, anche se nel suo caso da pochi giorni, le dia la competenza per parlare e pontificare su educazione e sviluppo del bambino, ai quali grandi studiosi hanno dedicato anni e anni di studio. In realtà, per dibattere sulla pedagogia, oggi chiamata più propriamente SCIENZE DELL’EDUCAZIONE, bisogna avere competenze specifiche, che dalle sue dichiarazione lei non sembra possedere. Le potrei parlare della teoria sull’attaccamento di Bowlby, dell’imprinting, e di etologia, ma non voglio confonderle le idee e quindi ricorro ad esempi più accessibili. Basta guardare il regno animale per rendersi conto come le femmine di tutte le specie non si allontanano dai cuccioli e dedicano loro attenzione massima e cura FINO ALLO SVEZZAMENTO Non è una legge specifica relativa agli umani, ma della natura tutta. Procreare, infatti, implica delle responsabilità precise, è una scelta di vita, CHE SE CAMBIA IL COMPORTAMENTO ANIMALE, A MAGGIOR RAGIONE CAMBIA LA VITA DI UNA DONNA.



Sbaglia chi crede che l’arrivo di un figlio, non comporti cambiamenti nella propria vita.

Un bambino non chiede di nascere, fare un figlio non è un capriccio da togliersi, ma una scelta di servizio, di dono di se stessi e anche del proprio tempo. Non sono i figli che devono inserirsi nella nostra vita, siamo noi che dobbiamo cambiarla per renderla a loro misura.



Se non facciamo questo, potremmo fare crescere bambini soli, senza autostima e con poca sicurezza di sé. Bambini affamati di attenzioni, perché non gliene è stata data abbastanza nel momento in cui ne avevano massimo bisogno, cioè i primi mesi di vita. L’idea che non capiscono niente, che non percepiscono la differenza ad esempio tra un seno materno e un biberon della tata, è solo nostra. Ciò non vuol certo dire che tutti bambini allattati artificialmente o che tutti bambini con genitori che tornano subito a lavoro, saranno dei disadattati. Ma bisogna fare del nostro meglio per farli crescere bene, come quando in gravidanza assumevamo l’acido folico, per prevenire la “spina bifida”. I bambini hanno nette percezioni, già nel grembo materno. L’idea, che se piangono non si devono prendere in braccio “perché si abituano alle braccia”, è un luogo comune. Le “abitudini” arrivano dopo i 6 mesi, fino ad allora è tutto amore. Non è un caso che studi recenti, riabilitano il cosleeping, (dormire nel lettone) e i migliori pediatri sostengono la scelta dell’allattamento a richiesta. Il volere educare i bambini inquadrandoli come soldati, già dai primi giorni di vita, non solo é antisociale, perché una generazione cresciuta senza il rispetto dei suoi ritmi di crescita può essere inevitabilmente compromessa, ma è un comportamento al di fuori delle più elementari regole umane e naturali.

Poi è anche vero che per molte donne, tornare a lavorare subito dopo il parto sia una necessità assoluta.



Ma per questo problema dovrebbe intervenire adeguatamente lo Stato e non certo con affermazioni come le sue.

Mi rendo conto che il suo lavoro le permette di lasciare la bambina, rilasciare interviste di questo tipo (di cui noi non sentivamo la necessità) e tornare con comodo da sua figlia. Ma ci sono lavori che richiedono tempi e una fatica fisica e mentale che lei non conosce. Tempo che sarebbe inevitabilmente tolto ad un neonato che ha bisogno di una mamma “fresca”, che gli dedichi la massima attenzione. Noi donne infatti, se spesso per necessità ci comportiamo come Wonder Woman, poi siamo colpite da sindrome di sovraffaticamento



E non è vero che è importante la qualità e non la quantità:



• perché la qualità del tempo di una mamma da pochi giorni, che rientra nel tritacarne della routine quotidiana, aggiungendo il carico della gestione di un neonato, può essere compromessa.

• perché un bambino non dovrebbe scegliere tra qualità e quantità, almeno nei primi mesi, dovrebbe disporre di entrambe le cose.



Per non parlare poi del fatto, che se un genitore non può permettersi qualcuno che tenga il bambino nella propria casa, nel corso degli spostamenti, lo espone, con un bagaglio immunologico ancora carente, alle intemperie o alle inevitabili possibilità di contagio presenti in un nido. Infatti, è scientificamente provato che i bambini, che vanno al Nido troppo presto, o che non vengono allattati al seno, sono più soggetti ad ammalarsi, con danno economico sia per le famiglie che per il sistema sanitario. Poi per carità, si può obiettare, che ci sono bambini che si ammalano anche in casa, o come succede anche ai bambini allattati al seno, ma è come dire ad un medico, che giacché si è avuto un nonno fumatore campato 100 anni, non è vero che il fumo fa male.



Bisogna dunque incentivare i comportamenti da genitore virtuoso, anche con la consapevolezza che i bambini non sono funzioni matematiche, ma si può fare molto, per favorire una crescita armoniosa, già dalla prima infanzia,

se non addirittura durante la gravidanza. E allora le domando Ministro, di svolgere il suo ruolo importante istituzionale con maggiore serietà, cercando di evitare affermazioni fuori luogo come questa, o come quella secondo cui “studiare non è poi così importante”, prendendo Renzo Bossi come esempio. Si dovrebbe impegnare di più nell’analisi dei problemi, per evitare valutazioni errate e posizioni dannose per lei, per gli altri e per il paese. Perché forse qualcuno potrebbe aver pensato che tutto sommato il suo era un ministero poco importante, che se guidato da un giovane ministro senza competenze specifiche, “non poteva arrecare grossi danni”, soprattutto obbedendo ciecamente ai dettami del Tesoro, ma lei con la sua presunzione di voler parlare di cose che non conosce, sta contribuendo a minare il futuro di un’intera generazione. Un’ultima cosa, lei che di privilegi se ne intende bene, essendo un politico, la usi con maggiore pudore questa parola.

mercoledì 14 aprile 2010

LETTERA DEL BENEFATTORE CHE HA PAGATO AD ADRO LA RETTA DELLA MENSA DEI BAMBINI SOSPESI

Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film "L’albero degli zoccoli". Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica.

A scanso di equivoci, premetto che:
- Non sono "comunista". Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici dì tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
- So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.
Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina.
Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.
I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.
Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo?
Che non mi vengano a portare considerazioni "miserevoli". Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)
Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo?
Vorrei sentire i miei preti "urlare", scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il "commercio".
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare "partito dell’amore". Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia.
So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti "compagni che sbagliano".
Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case.
Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) Venga dalle tasse del papa di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).
Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno?
Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto?
Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.
Il sonno della ragione genera mostri.
Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro.
Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.
E chi semina vento, raccoglie tempesta!
I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quei giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi?
E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. E’ anche per questo che non ci sto.
Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.
Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione, in tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010.
Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.
Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varra la spesa.
Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del "grande fratello".
Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie.
Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.

Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo.
Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.

Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.

Un cittadino di Adro